Il Congresso di Verona

dice George Santillana che chi non conosce la storia sarà costretto a riviverla.
Allora proviamo a conoscerla questa storia: la storia del Congresso di Verona, intendo.
Nel 1822 (esattamente dal 9 al 14 ottobre) si riunirono i rappresentanti di tutte le potenze europee.
Verona fu invasa da re, zar, principi, imperatori … per discutere, tra l’altro, di cosa?
Della regolamentazione della tratta degli schiavi!
L’abolizione dello schiavismo avverrà quasi cinquant’anni dopo (e solo grazie ad un americano!)
Nel 1943 (esattamente dal 14 al 15 novembre) ci fu un nuovo congresso, sempre a Verona.
Questa volta per redigere un piano programmatico per la ricostituzione del Partito Fascista. Da quel Congresso nacque la Repubblica di Salò ed iniziò il terribile periodo della guerra civile, in Italia.
Mi sembra dunque che in entrambi i casi i precedenti “congressi di Verona” abbiano solo causato danni.
Come dice un vecchio adagio: non c’è due senza tre!
Quali “danni” creerà questo nuovo Congresso?
Ai posteri l’ardua sentenza.
Paolo Federici

(qualcuno mi ha scritto dicendo: e che c’azzecca? Secondo me ci azzecca, ci azzecca! Si vuole tornare al ruolo della donna “schiava” … regolamentandone il comportamento. E si vogliono imporre regole fasciste contro gli “omosessuali”. #sapevatelo)

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Gli anni (Annie Ernaux)

Avete presente quegli elenchi “sei degli anni sessanta se”
1.- Da bambini andavamo in auto che non avevano cinture di sicurezza né airbag…
2.- Viaggiare nella parte posteriore di un furgone aperto era una passeggiata speciale e ancora ne serbiamo il ricordo.
3.- Le nostre culle erano dipinte con colori vivacissimi, con vernici a base di piombo.
4.- Non avevamo chiusure di sicurezza per i bambini nelle confezioni dei medicinali, nei bagni, alle porte.
5.- Quando andavamo in bicicletta non portavamo il casco.
6.- Bevevamo l’acqua dal tubo del giardino, invece che dalla bottiglia dell’acqua minerale…
7.- Trascorrevamo ore ed ore costruendoci carretti a rotelle ed i fortunati che avevano strade in discesa si lanciavano e, a metà corsa, ricordavano di non avere freni. Dopo vari scontri contro i cespugli, imparammo a risolvere il problema. Si, noi ci scontravamo con cespugli, non con auto!
8.- Uscivamo a giocare con l’unico obbligo di rientrare prima del tramonto. Non avevamo cellulari…cosicché nessuno poteva rintracciarci. Impensabile.
9.- La scuola durava fino alla mezza, poi andavamo a casa per il pranzo con tutta la famiglia (sì, anche con il papà)
10.- Ci tagliavamo, ci rompevamo un osso, perdevamo un dente, e nessuno faceva una denuncia per questi incidenti. La colpa non era di nessuno, se non di noi stessi.
E si potrebbe continuare all’infinito.
Ecco, questo libro è tutto un elenco di cose dette, fatte, vissute dell’autrice proprio in quegli anni.
Ma, soprattutto, un catalogo di ricordi personali (In tanti mi ci posso riconoscere, vista la mia età) collocati però in Francia e quindi con riferimenti a fatti e persone che per un italiano possono essere totalmente sconosciuti.
E allora ci viene in aiuto Wikipedia: chi era Gabrielle Russier? Chi il giudice Henri Pascal? Cosa si ricorda parlando del delitto di Bruay-en-Artois?
Però c’erano già i primi sintomi del cambiamento: “chiunque, purché rappresentasse un gruppo, una particolare condizione, un’ingiustizia, aveva il diritto di parlare ed essere ascoltato, anche se non era un intellettuale.”
I ricordi la fanno da padrone: “Il passato ed il futuro si sono invertiti i ruoli. Ora è ciò che (la protagonista) ha alle spalle a essere diventato oggetto del desiderio…”
“Con estremo narcisismo, voglio vedere il mio passato nero su bianco e grazie a questo diventare ciò che ora non sono.”
“Il 1968 era il primo anno del mondo”.
Quando tutto è cominciato … o meglio quando è iniziato il cambiamento e la dissoluzione (oggi diremmo “dissolvenza”) del passato.
Il libro torna spesso al caso di Gabrielle Russier (l’insegnante innamorata dell’alunno minorenne, che arriverà a suicidarsi) ed il fatto che sia stato scritto nel 2008 non permette di fare pensieri strani associando quella storia a quella di Macron (dove l’insegnante anziché finire suicida diventa “premier dame”).
Un libro da leggere consultando continuamente Wikipedia, magari per scoprire che una sconosciuta (sconosciuta per me!) Elfriede Jelinek è stata la vincitrice del Nobel per la letteratura nel 2004…
I ricordi …. I ricordi svaniscono in fretta.
Ed oggi più in fretta che mai.
Paolo Federici

gli_anni

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Pastorale Americana


“il suo cuore si fermava, smetteva di battere, e lui moriva”
Quindi tu, lettore, pensi che sia morto.
Invece, inizia il capitolo dopo:
“c’era del sangue sul viso di Lou Levov, ritto accanto al tavolo della cucina con una mano sulla tempia …”
Ma allora non è morto?
Insomma, più che dare risposte, il libro lascia il lettore con tanti interrogativi.
C’è la crisi della società americana, quando il sogno americano si infrange contro la realtà.
Gli anni della guerra del Vietnam stanno creando una profonda crepa tra le generazioni: ci sono i figli che accusano i padri e che trasformano il loro rancore contro la società in una guerra di follia (in questo caso leggiamo la storia di una figlia, fuggitiva e assassina).
Il protagonista ha inseguito un sogno per tutta la vita e si ritrova abbandonato dalla figlia, tradito dalla moglie, snobbato dall’amante.
Con un padre che forse è morto o forse no.
Una vita inutilmente sprecata.
Inseguendo cosa?
Soldi, successo, benessere?
Tutto senza senso.
Troppo pessimismo, per i miei gusti.
Nel prossimo libro spero di trovare un po’ di ottimismo (ma guarda che combinazione, ho iniziato a leggere “un’altra strada”!)

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Davide e la pera.

da “Divide ed impera” a “Davide e la pera”.
Quando Teseo abbandonò Arianna, lo fece lasciandola sull’isola di Nasso.
Da quel “piantare in Nasso” oggi siamo arrivati al “piantare in asso”, che, ovviamente, non ha alcun senso.
Lo stesso vale per il celeberrimo “Non ti curar di lor…”
Dante non lo ha mai scritto.
Il suo verso recita: “Non ragioniam di lor…”
Quante sono, dunque, le parole e le frasi modificatesi col passare del tempo?
La gomena (grossa fune per ormeggiare la barca) è diventata un cammello.
Solo un grossolano errore di traduzione.
Ha molto più senso dire: è più facile che una grossa fune passi per la cruna di un ago… (soprattutto se ci si trova sulla riva di un lago e si sta parlando con i pescatori.)
Ma veniamo a noi.
I romani avevano capito che il potere si basava su due principi fondamentali: il “Panem et circenses” (al popolo darai due cose: da mangiare e da divertirsi. E tu sarai libero di comandare quel popolo che ti adulerà) e il “Divide et impera” (tienili divisi e mettili in conflitto tra bianchi e neri, nordisti e sudisti, interisti e milanisti.).
Il primo è stato il cavallo di battaglia del Cavaliere per antonomasia (il “circenses” è rappresentato dai suoi diversi canali televisivi).
Ma anche il secondo si è adattato ai tempi: oggi, infatti, si è trasformato in “Davide e la pera”.
A comandare ci pensa Davide (Casaleggio) con la sua PERA (Piattaforma Elettronica Rousseau e Associati).
Paolo Federici.

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intanto, in un universo parallelo …!

Analisi Costi Benefici

fu papa Giulio II che, discutendone con Michelangelo, ipotizzò di far affrescare la Cappella Sistina.
Un grande progetto, che sarebbe rimasto nei secoli a venire.
Ma l’economo del Vaticano, don Antonio dei Nelli (per gli amici don Tony Nelli), decise di incaricare sei notabili per esaminare quali sarebbero stati i costi di una tale opera.
Mentre Michelangelo si dilettava con la scultura, lasciando temporaneamente da parte la pittura, i sei “sapienti” consultavano carte, preparavano scritture, facevano riunioni … insomma discutevano, normalmente durante i pranzi luculliani che accompagnavano i loro incontri.
Alla fine la decisione fu presa: l’opera sarebbe costata troppo, così non se ne fece niente.

Intanto a Milano, Ludovico il Moro, discutendone con Leonardo, ipotizzò di far affrescare il Refettorio della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Un grande progetto, che sarebbe rimasto nei secoli a venire.
Ma l’economo del ducato, Luigino di Maggio (abbreviato, secondo la parlata milanese, in “Di Maio”), decise di incaricare sei notabili per esaminare quali sarebbero stati i costi di una tale opera.
Mentre Leonardo si dilettava con la scienza, lasciando temporaneamente da parte la pittura, i sei “sapienti” consultavano carte, preparavano scritture, facevano riunioni … insomma discutevano, normalmente durante i pranzi luculliani che accompagnavano i loro incontri.
Alla fine la decisione fu presa: l’opera sarebbe costata troppo, così non se ne fece niente.

Per farla breve: in un universo parallelo, l’Italia non ha nemmeno un monumento, un dipinto, una scultura.
Tutto asservito al principio del guadagno a tutti i costi.
In compenso, l’inquinamento galoppa, le strade sono intasate, la gente muore per colpa delle polveri sottili ed il treno continua ad andare a rilento, facendo così tante fermate che per andare da Milano a Roma conviene ancora il cavallo!
Paolo Federici

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anche lui … ve le canta e ve le suona!

http://www.la7.it/otto-e-mezzo/rivedila7/otto-e-mezzo-25-01-2019-261409

In particolare al minuto 5:12 e allo spettacolare 14:40
E anche 19:40 e 24:40

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La nuova glaciazione

Ormai tutto il Nord Europa era diventato una landa desolata. Norvegesi, svedesi, finlandesi… tutti premevano per entrare in Germania.
Ma i porti erano stati chiusi.
Ed a loro non restava che … morire a casa loro.
Però il ghiaccio acquistava terreno e nel giro di poche settimane tedeschi, polacchi, ungheresi ed austriaci premevano al confine italiano.
Ma noi resistevamo.
I confini erano chiusi ed a loro non restava che morire a casa loro.
Fu quando anche l’Italia venne a trovarsi nella morsa del ghiaccio che cominciarono gli imbarchi alla volta dell’Africa.
Barconi carichi di italiani infreddoliti facevano rotta verso Tripoli, Algeri, Tunisi.
I primi riuscirono ad avere un approdo ma poi le popolazioni locali insorsero: non possiamo accoglierli tutti, dicevano.
E fu così che chiusero i porti.
Noi restammo a casa nostra, infreddoliti, aspettando la morte e maledicendo l’egoismo di quel popolo, incapace di provare un po’ di solidarietà nei nostri confronti.
Fortunatamente l’attesa non fu lunga e la morte arrivò presto.
Paolo Federici

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