L’uomo col bastone

Marco ci stupisce anche questa volta: i segreti che svela nei suoi libri sono forse parti della sua fantasia ma alla fin fine mostrano una reale base storica.
Parliamo del bassorilievo di Dendera?
Se andiamo a cercare sul web, ecco cosa troviamo: “Le certezze sull’inattendibilità delle teorie ufficiali riguardanti le cripte in esame, sono maturate quando Peter Ehlebracht, ricercatore di origine tedesche, si interessò al sito archeologico di Dendera. Il suo libro, “Haltet die Pyramiden Fest“, narra dei numerosi saccheggi avvenuti nel Tempio e di sciagurati accanimenti di ignoti su alcuni bassorilievi, le cui tracce sono ancora oggi ben evidenti. I fatti risalgono al 1973 e lo stesso narratore è stato invitato – col consueto garbo – a tacere!
Il lettore curioso sa che la storia non finisce alla fine del libro, ma anzi… quella può essere l’inizio di una ricerca più approfondita.
E più si cerca più ci si rende conto che la fantasia dell’autore ha delle connessioni pregnanti con la realtà perché, come ci insegna Umberto Eco, le connessioni ci sono sempre, basta saperle trovare!
Poiché la storia è ambientata nel 2021, chissà che l’anno prossimo la verità preannunciata da Marco Buticchi non venga ufficializzata.
Non ci resta che attendere.
Nel frattempo (vi faccio io una previsione) sarà uscito il nuovo libro di Marco con un nuovo segreto da disvelare.
Paolo Federici
(non fate caso al titolo che ho dato a questo post. Il libro a cui mi sto riferendo è … “l’ombra di Iside”)

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Il dubbio

si dice che ne uccida più la lingua che la spada: una parola di troppo può cambiare i rapporti tra le persone. Non è però detto che il cambiamento sia in peggio. A volte può anche avvenire il miracolo e la “parola” (dell’uomo, non quella di Dio!) può aprire un mondo.
Oggi sottopongo alla vostra attenzione questa: DUBBIO
Mi capita di domandarmi: “ma io, sono intelligente o sono stupido? E, qualunque sia la risposta, come posso fare per saperlo?”
Possiamo rifarci al più classico test di Turing (il test di Turing è un criterio per determinare se una macchina sia in grado di esibire un comportamento intelligente) ed utilizzare lo stesso test per determinare se uno stupido possa essere in grado di esibire un comportamento intelligente.
Una macchina non può sapere di essere una macchina (quindi NON può esibire un comportamento intelligente, così come uno stupido non può sapere di essere stupido e dunque NON può esibire un comportamento intelligente).
La stessa cosa succede quando sogniamo: noi non possiamo sapere se siamo svegli oppure se stiamo sognando.
Ma se riusciamo a capire che stiamo sognando, non abbiamo alcuna possibilità di convincere qualcun altro del suo essere solo creazione del nostro sogno!
Ecco dunque che tutti gli sforzi che si possono fare per convincere uno stupido del suo NON essere intelligente hanno la stessa possibilità di riuscita degli sforzi che possiamo fare per convincere chi entra in un nostro sogno del suo NON essere reale.
Quindi, continuare a perdere tempo con gli stupidi per convincerli del loro essere stupidi è solo un modo per dimostrare che gli stupidi siamo noi.
A questo punto, accertato che non è possibile rendersi conto di essere stupidi e quindi non ha senso cercare di convincere uno stupido del suo essere stupido, proviamo ad interrogarci: siamo sicuri di essere intelligenti? Se la risposta è “sì” allora molto probabilmente siamo stupidi.
Ci viene in aiuto Cartesio (René Descartes) che basò tutta la sua filosofia sul dubbio.
“Dubito ergo cogito” (Dubito, quindi penso)
“Cogito ergo sum” (Penso, dunque sono).
Dove quel “dunque sono”, vuol dire “dunque esisto” (anche se sto sognando, comunque “io” esisto!) ma senza dimenticare che il punto di partenza è il “dubbio”.
Concludendo: se siete sicuri di avere ragione, significa che NON siete intelligenti.
Mi chiederete: “Ne sei certo?”
Ed io vi rispondo, con assoluta certezza: “Forse!”
Paolo Federici

(un grande scrittore come Luciano De Crescenzo scrisse: “Solo gli imbecilli non hanno dubbi”; “Ne sei sicuro?”; “Non ho alcun dubbio!”).

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L’uomo della provvidenza

Antonio Scurati racconta la storia con la penna del romanziere, ma anche con la documentazione cavillosa dello studioso. Ne esce un ritratto fin troppo reale.

Chi poteva ostacolare Mussolini era il segretario del partito fascista, che Scurati descrive così: Turati (Augusto! ndr.), da uomo intelligente capisce subito, capisce tutto: la guerra tra le fazioni è ricominciata anzi, forse, non è mai finita. La sua lungimiranza, la sua sensibilità, la sua malinconica intelligenza lo mettono, indubbiamente, in una posizione di superiorità. Ma non di forza.

L’uomo d’ingegno può comprendere l’idiota, il raffinato capisce il selvaggio. Purtroppo, però, non vale il reciproco.

E questo decide del suo svantaggio.

Quella che traspare dal racconto è la colpa di chi non ha fatto niente per osteggiare la presa del potere da parte del partito fascista: colpa del Re, che, novello Ponzio Pilato, se ne è lavato le mani ma anche e soprattutto colpa dell’italiano medio che ha continuato a disinteressarsi della strana piega che stava prendendo la politica, arrivando a fare il tifo per chi metteva in campo la forza bruta a discapito delle idee.

Applaudendo quel Governo che decretava il “taglio” del Parlamento e l’annullamento dei poteri democratici di Camera e Senato…

Insomma, un caso di ignoranza al potere “ante litteram”.

Perché chi non conosce la storia … sarà costretto a riviverla (cit. George Santayana)

Per terminare con qualche altro aforisma: il razzismo si combatte viaggiando, il fascismo si combatte leggendo … ed il leghismo si combatte pensando!

Paolo Federici

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La rivolta delle serrature

venerdì mi chiama mia moglie: “non riesco ad aprire la serratura dell’auto. Nè col telecomando né inserendo la chiave nella serratura. Devo entrare e poi uscire dalla parte del passeggero.”
Quando ci troviamo controllo: apro la portiera da dentro, manualmente e – miracolo – il telecomando funziona e così pure la chiave.
Problema risolto.
Domenica mi chiama mia figlia: “non riesco ad aprire la serratura di casa, perché è bloccata.”
“Ma tu sei dentro o fuori?”
“Dentro, è quella la cosa strana. Non riesco proprio a girare la manopola.”
Faccio intervenire il fratello con una seconda chiave per provare ad aprire da fuori.
Niente, bisogna chiamare il pronto intervento.
Arriva il fabbro, risolve il problema … e con poco più di trecento euro passa la paura.
Stamattina mi chiama la ragazza che normalmente entra per prima in ufficio:
“Paolo, non riesco ad aprire. La chiave non gira nella serratura.”
Vado a vedere ed in effetti nemmeno io riesco ad aprire.
Provo a sbattere la porta, sollevarla, darle due pugni.
Improvvisamente si apre: però meglio chiamare un fabbro perché il problema potrebbe ripetersi.
In effetti, anche a causa del peso (e degli anni) la porta aveva fatto perno sulle cerniere e quindi il cilindro della serratura si era spostato, bloccando la porta.
Comunque il problema adesso è risolto.
Ma … tre serrature in tre giorni?
Non ci sarà una rivolta delle serrature in corso?
Paolo Federici

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e intanto il tempo se ne va …

cantava Celentano!
Ed è proprio vero: il tempo fugge … alla velocità della luce!

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siamo super-fortunati e non lo sappiamo!

si racconta che Napoleone scegliesse i suoi ufficiali dando la preferenza a quelli che avevano una caratteristica particolare: erano fortunati!
Ecco, oggi parliamo della FORTUNA.
La “dea bendata” per greci e romani: si dice che colpisca a caso, ma siamo davvero sicuri che sia così?
I latini dicevano “FORTUNA AUDACES IUVAT”, la FORTUNA aiuta gli audaci.
Dove “audaci” non sono quelli che si lanciano in imprese spericolate, ma quelli capaci di mettersi in gioco, di credere in se stessi, di vedere le cose con ottimismo, quelli del bicchiere “mezzo pieno”, quelli che sanno che il futuro sarà migliore del passato.
Quelli che si danno da fare perché il futuro sia meglio del passato.
Dunque la FORTUNA non si muove a caso ma, come succede tra il ferro e la calamita, viene attirata da chi pensa positivo (l’ottimista).
Dice un altro vecchio adagio: “volere è potere”.
Se davvero vuoi raggiungere un risultato e ti dai da fare, vedrai che il risultato arriva.
Se invece ti chiudi in te stesso e continui solo a piangerti addosso, la FORTUNA non ti sfiorerà.
Volete un altro vecchio adagio, sempre più attuale: “chi si contenta gode e qualche volta stenta, ma stenta sempre meno di chi non si accontenta”.
Tanto, anche se tu (che sei pessimista!) dovessi vincere alla lotteria, sarai sempre quello del bicchiere mezzo vuoto, quello sempre brontolone, quello che non saprà mai accontentarsi.
Dici che non è vero? Eppure la lotteria l’hai (l’abbiamo) vinta davvero!
Nel momento del nostro concepimento c’erano tantissimi spermatozoi che vagavano alla ricerca dell’uovo ma uno, e uno solo, è stato quello che ha raggiunto la meta. Se fosse stato uno qualsiasi degli altri, ora noi non esisteremmo!
Sapete quanti spermatozoi concorrevano nella corsa?
Circa cento milioni.
(Per non parlare di quante “corse” siano state fatte a vuoto, dove nemmeno quell’uno su cento milioni ce l’ha fatta!)
Quel singolo spermatozoo che ha fecondato l’uovo aveva una possibilità di farlo simile a quella, per noi, di vincere la “Lotteria Italia” non una, ma almeno trenta volte di seguito!
Quindi riteniamo fortunato chi vince una volta e non ci rendiamo conto che noi, solo per il fatto di esistere, abbiamo vinto, come minimo, almeno trenta volte?
Noi, tutti noi, siamo stati baciati dalla FORTUNA.
Siamo una congrega di super-fortunati.

Paolo Federici

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Ma che musica, ragazzi!

Oggi musica dal vivo.

Noi suonavamo all’aperto e gli ospiti della casa di cura ci guardavano dalle finestre dei saloni…

Così abbiamo evitato ogni contatto.

Sì… però le finestre erano aperte.

Loro sentivano e vedevano noi … e noi sentivamo gli applausi!

La band al completo.
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Pillole di storia

Quel sette di ottobre era domenica e lui si trovò nel mezzo di una delle più cruente battaglie che la storia ricordi.
Fortunatamente stava dalla parte dei vincitori.
Sfortunatamente ci rimise un braccio e da allora fu soprannominato “il monco”
Fortunatamente era il sinistro e così “a maggior gloria della mano destra” poté dedicarsi alla scrittura.
L’anno era il 1571.
La battaglia si combatté in mare, nel golfo di Lepanto.
Lui era Miguel De Cervantes, l’autore del Don Chisciotte della Mancia.
Quel giorno cambiò la storia del mondo.
In tutti i sensi.

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Tu quoque, Brute, fili mi!

per chi ha fatto il liceo, masticando un po’ di latino, questa resta una delle frasi più note.
Giulio Cesare sta morendo, trafitto da quelle che risulteranno essere ben ventitrè coltellate, e nota che tra i congiurati c’è anche il suo figlio adottivo, Marco Giunio Bruto.
Questa è la cosa che gli fa più male: vedere che proprio colui che era stato trattato come un figlio gli si rivolta contro con rabbia.
Solo che mentre leggo l’ultimo libro di Marco Buticchi (L’ombra di Iside), laddove racconta dell’assassinio di Cesare, una cosa mi balza agli occhi.

“Publio Casca era stato il primo a colpirlo alle spalle, ma Bruto aveva dato il buon esempio subito dopo … le ginocchia di Cesare si piegarono … “Anche tu, figlio mio?” supplicò Cesare in greco”
In greco?
Ma come, possibile che un autore così preparato mi scivoli su una buccia di banana del genere?
E soprattutto, possibile che la mia insegnante di latino abbia sbagliato?
Non resta che chiederlo a lui, a Marco Buticchi.
Gli scrivo:
“lo so che sono un pignolo … ma a pag 205 (dove si narra dell’assassinio di Giulio Cesare) scrivi: “Anche tu figlio mio?” supplicò Cesare in greco … Ma non era il famoso “tu quote Brute fili mi” … in latino?”
Passano pochi minuti e Marco mi risponde:
“negativo. Cesare pronunciò la celebre frase in greco. <cit. da wikipedia: Bruto che gli si avventava contro, egli disse: «καὶ σὺ τέκνον;»”[1] (kaì sỳ téknon? = “anche tu, figlio!”). Cassio Dione, che scrive in greco, riporta le stesse parole[2]. Da qui poi nasce la traduzione più poetica (ma anche la più conosciuta): Tū quoque, Brūte, fīlī mī! (“Anche tu Bruto, figlio mio!”).”
E mi snocciola un po’ di link a siti che raccontano la storia confermando il «καὶ σὺ τέκνον».
Che dire, non mi resta che ringraziare:
“non si finisce mai di imparare! 🙂 Grazie, davvero!”
Ed ecco che Marco risponde nuovamente:
“la frase in greco è stata oggetto di discussione con mia moglie quando ha letto le bozze in anteprima. Non sei il solo. Io pure ero convinto del tu quoque, poi ho trovato la frase pronunciata in greco su una biografia di Cleopatra e ho avuto conferma… Comunque non si sa mai con le vicende di più di 2000 anni fa….”
Che dire?
“beh … se non altro questo prova che lo sto leggendo attentamente! 🙂”

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Le parole della settimana

caro Roberto

stasera mi sono appassionato al tuo indovinello.

“O pescatori che venite dall’Arcadia, cosa portate a riva?”
“Abbiamo lasciato quello che abbiamo preso; quello che non abbiamo preso ce lo portiamo appresso“.

Però l’Arcadia è una regione senza sbocchi sul mare. Quindi parlare di pescatori che vengono dall’Arcadia è già anomalo. Invece i “pastori dell’Arcadia” sono a tutt’oggi gli abitanti di una regione mitizzata (da Wikipedia: L’ARCADIA in greco: Ἀρκαδία) è una regione storica della Grecia, nella penisola del Peloponneso (cfr. l’attuale omonima unità periferica) che, nel corso della storia della letteratura, è stata elevata a topos letterario, in quanto percepita come un mondo idilliaco.)

In effetti non ci sono soluzioni certe dell’enigma (parlare di pidocchi mi sembra deprimente).

A me viene in mente un altro caso di pescatori ai quali si parla di cammello e cruna dell’ago. Col tempo abbiamo scoperto che era un errore di traduzione (si trattava di una “gomena”, un articolo molto più confacente con i pescatori).

Ecco, siamo sicuri che la traduzione dell’indovinello sia corretta?

E se Omero confonde dei pastori con dei pescatori … quale altro gioco di parole si nasconde nella risposta?

E se la risposta fosse il tempo?
Abbiamo lasciato (nel passato) quello che abbiamo preso (i ricordi di ciò che abbiamo vissuto) mentre quello che non abbiamo ancora preso (non abbiamo ancora vissuto) ce lo portiamo appresso (è davanti a noi, è il nostro futuro).

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Paolo Federici

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