L’AMLETO si fa in cinque

tutti sappiamo chi sia AMLETO ed, almeno a grandi linee, conosciamo la storia così come ce l’ha raccontata Shakespeare.
Ma questa grande tragedia (quella del “c’è del marcio in Danimarca” … tanto è vero che ci sono più morti in questa opera che in “10 piccoli indiani” di Agatha Christie, quella che “alla fine non ne rimase più nessuno”) può essere recitata in modi diversissimi tra loro.
Cinque licei si sono cimentati in un progetto davvero interessante: ognuno si è fatto carico di un atto (l’AMLETO è divisa giustappunto in cinque atti) riscrivendone adattamento e messinscena.
Ieri sera in uno dei più importanti Teatri di Milano (il Franco Parenti) i ragazzi dei cinque licei sono andati in scena.
Si è cominciato con il primo atto riveduto e corretto dagli studenti del Simone Weil (liceo scientifico di Treviglio): sono stati bravissimi ad inserire nella storia il canto dantesco dedicato ad Ulisse, immaginando una fusione ideologica tra i due (Ulisse ed Amleto, appunto).
Il secondo atto era di pertinenza del Donatelli-Pascal (liceo scientifico milanese): un Amleto dai capelli verdi (mai giudicare un ragazzo dall’aspetto esteriore!) ha saputo interpretare il suo personaggio in maniera davvero eccelsa.
Tutto si incentra sulla follia: chi è il pazzo? Amleto o coloro che lo circondano? E cosa vuole, da suo figlio, il fantasma del re, denunciando di essere stato assassinato?
Qual è dunque il confine tra follia e ragione, verità e finzione, disperazione e vendetta?
Il compito, per gli studenti del Donatelli-Pascal è arduo ma portato a termine con grande capacità (e professionalità!).
Poi si à arrivati al terzo atto, ed è stata la volta dei ragazzi del Berchet (liceo classico milanese): a loro è toccata la scena del teatro nel teatro. Quando un gruppo di teatranti si presenta a corte ed Amleto chiede loro di inserire alcune battute (tese a far emergere la colpevolezza di chi ha ucciso suo padre) nella recita serale. Solo che quella compagnia di teatranti si chiama “Riccobono” e le loro gag ricordano quelle di Dario Fo. Con Amleto interpretato ora da uno ora dall’altro attore (spesso e volentieri anche femminile) in un rimando all’infinito del rapporto tra realtà e teatro.
Arriviamo al quarto atto (curato dai ragazzi del liceo classico di Lovere): un re, drammaticamente vestito di nero, studia il modo per liberarsi di Amleto. Convince Laerte a sfidare Amleto a duello, promettendogli una spada con la punta intrisa di veleno. Gli basterà sfiorare appena un braccio o una gamba di Amleto e per quest’ultimo sarà la fine. Ma c’è anche un “piano B”: durante il duello, il re offrirà ad Amleto un bicchiere di vino avvelenato. Insomma, la sorte è decisa.
Se dunque avevamo visto Dante mescolarsi con Shakespeare (nel primo atto) e Dario Fo dare vita ad un teatro da giullare (nel terzo atto), il quinto atto (curato dai ragazzi del liceo G.B. Grassi di Saronno) è tutta una gag in dialetto veneziano (un omaggio a Goldoni?) capace di far scattare la risata tra il pubblico anche se l’ambientazione è quella del cimitero.
Sì perché la storia intanto va avanti ed ormai altri morti si sono aggiunti, da Polonio ad Ofelia.
La doppia personalità di Amleto è qui messa in grande evidenza grazie alla presenza in scena di due Amleti. Se gli abiti dei ragazzi del Berchet erano quelli giullareschi delle commedie di Dario Fo, qui abbiamo abiti quasi da Far West. In fondo la scena centrale è quella del “duello” (tra Amleto e Laerte). Poi muoiono tutti (Amleto colpito dalla spada avvelenata di Laerte e Laerte trafitto dalla spada di Amleto. Però, mentre un Amleto sta morendo, il suo alter ego riesce ad uccidere anche il re. E la regina beve il veleno destinato ad Amleto, così da trovare, anche lei, la morte). Si salva solo Orazio il cui compito sarà quello di narrare ai posteri questa immane tragedia.
Io credo che questo “AMLETO” non dovrebbe restare relegato a saggio di fine anno (dimostrando la bravura dei tanti ragazzi in scena ma anche la capacità degli insegnanti che ne hanno curato le diverse regie) ma dovrebbe essere replicato e replicato e replicato.
Nonostante la giovane età degli attori e le diversità interpretative dei cinque atti, è uno spettacolo che merita davvero la pena di essere visto.
Fortunato io che quell’occasione l’ho avuta.
Paolo Federici

alla fine erano davvero in tanti sul palco a prendersi i meritati applausi
Amleto

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